L’innalzamento del livello del mare, l’erosione delle coste e la trasformazione delle condizioni ambientali marine stanno mettendo a rischio un patrimonio archeologico spesso fragile e difficile da monitorare: quello delle aree costiere e sommerse. Per affrontare queste minacce servono dati climatici e ambientali, nuove tecnologie di monitoraggio e una collaborazione sempre più stretta tra ricerca e istituzioni. Di questi temi si è discusso il 22 ottobre a Lecce, durante la conferenza internazionale organizzata nell’ambito di ARCHAEOSAFE – Archaeological Safety and Risk Management for Coastal and Underwater Heritage, progetto Interreg coordinato dall’Università del Salento in collaborazione con il CMCC – Euro-Mediterranean Center on Climate Change.
L’incontro ha riunito ricercatori, professionisti del patrimonio culturale e rappresentanti delle istituzioni di Italia, Albania e Montenegro per analizzare gli effetti dei cambiamenti climatici sui siti archeologici dell’Adriatico meridionale e individuare strategie per migliorarne la protezione. «La conservazione del patrimonio costiero richiede una capacità sempre maggiore di anticipare i cambiamenti ambientali e valutarne gli effetti sui siti più vulnerabili», è il principio alla base delle attività di ARCHAEOSAFE.
Uno dei punti di partenza è la valutazione del rischio climatico dei siti pilota del progetto, realizzata attraverso l’integrazione di informazioni ambientali, marine e archeologiche. I risultati preliminari sono stati presentati dai partner durante il primo Transnational Monitoring Meeting, tenutosi a Lecce nell’aprile 2026, e sono stati discussi nuovamente durante la conferenza per definire le prossime attività.
ARCHAEOSAFE punta inoltre a trasformare queste conoscenze in strumenti concreti per la tutela. Tra gli obiettivi del progetto c’è lo sviluppo di un Digital Twin dei siti archeologici, associato a un sistema di risposta alle emergenze (ER4CSS), che integrerà tecnologie BIM-GIS, simulazioni ambientali e sistemi di allerta precoce. L’obiettivo è consentire ai responsabili della conservazione di monitorare l’evoluzione dei rischi e intervenire in modo più tempestivo. Il progetto prevede inoltre un Joint Emergency Response Plan per favorire una risposta coordinata alle emergenze che interessano il patrimonio culturale nei tre Paesi coinvolti.
I casi analizzati comprendono siti molto diversi tra loro, dal Parco archeologico di Saturo e dai sarcofagi sommersi in Puglia alla Dolphin Coast di Termoli, dal Parco archeologico di Risan e dalle mura di Kotor in Montenegro al Parco archeologico di Orikum in Albania. La loro varietà permette di confrontare condizioni ambientali e problematiche differenti e di individuare approcci di monitoraggio e protezione adattabili ai diversi contesti.
La giornata si è conclusa con una tavola rotonda sulle principali sfide ancora aperte, tra cui la disponibilità e l’integrazione dei dati, il monitoraggio degli ambienti costieri e marini e la necessità di rafforzare la cooperazione transfrontaliera. Per un patrimonio che si trova spesso proprio al confine tra terra e mare, comprendere come il clima sta cambiando rappresenta infatti un passaggio fondamentale per poterlo proteggere.
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